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di EDOARDO MOLINELLI Ciò che colpisce di più non è il verde intenso del terreno di gioco, un manto erboso perfetto, senza difetto alcuno, che sembra messo lì dal dio del calcio in persona per consentire ai giocatori di esprimersi al meglio delle loro capacità. Non è neppure l'arco, un elemento talmente ardito e famoso da poter essere inserito di diritto nella galleria delle bellezze architettoniche di Bilbao, insieme al Ponte dell'Ayuntamiento, al Guggenheim e ai celeberrimi ingressi della Metro. Quello che rimane impresso del San Mamés, la Cattedrale, sono le vibrazioni: intense, lunghe oppure brevissime, percorrono i gradoni dello stadio come se fossero un'avvisaglia di un terremoto, mentre sono solo l'espressione fisica dei ruggiti del pubblico. Ad ogni azione segue un'esclamazione collettiva, e ad ognuna di esse si accompagna il tremito del cemento, che ti entra nelle ossa e le scuote, le sbatacchia, le trasporta dentro l'oceano biancorosso che domina sulle gradinate. Andare a vedere una partita al San Mamés non è un passatempo, è un'esperienza mistica. L'aria che si respira già all'esterno dell'impianto ha qualcosa di irreale, di magico, come se provenisse dalle nebbie di un passato in cui gli idoli da tifare si chiamavano Pichichi, Zuazo, Belauste e che non se n'è mai andato del tutto, ma che anzi ancora vive nei dintorni della Cattedrale e le conferisce quell'aura di sacralità che non si respira in nessun altro stadio del mondo. La leggenda si alimenta di sé stessa nella casa dei Leoni, sopravvive e si tramanda di padre in figlio, dando alla gente di questa città l'illusione di poter tornare, un giorno, a vincere, o per lo meno rendendola fierissima di tifare per un club così grande e così unico, un club senza uguali nella storia del football. Il popolo dell'Athletic inizia ad invadere le strade intorno allo stadio molto tempo prima che la partita abbia inizio, e come la marea che sale lenta ma inesorabile finisce per riempire ogni spazio con i suoi colori e il suo sano casino. Camminare in mezzo ai tifosi è la prima forte esperienza che travolge il visitatore, poco abituato ad uno spettacolo così ridente e gioioso nei pressi di un impianto di calcio; la folla è rumorosa e allegra, i cori si alzano coinvolgendo un po' tutti, insomma il caos è organizzato e prepara perfettamente a ciò che avverrà di lì a un'ora. Dopo aver camminato a lungo in mezzo ad una folla vestita di bianco e rosso, si entra finalmente nella Cattedrale, si percorrono le scale verso le gradinate ed ecco apparire d'improvviso il terreno di gioco, un lampo di verde nel grigio del cemento armato. Il campo è lì, vicinissimo, e alzi la mano chi è stato al San Mamés e non ha desiderato nemmeno per un attimo di poter scavalcare i cartelloni e fare un paio di tiri su quell'erba spettacolare, portandone magari con sé un ciuffo per ricordo. Io, abituato a vedere le partite domenicali al "Lungobisenzio" di Prato, la prima volta quasi non mi capacitavo di quanto il pubblico fosse vicino al terreno, ai giocatori, ai gol…una sensazione bellissima, nuova, di totale libertà vista l'assenza di barriere. E poi, la partita. Impossibile non esaltarsi come pazzi totali di fronte allo spettacolo dei cori che partono spontaneamente da ogni angolo dello stadio, dei boati che accompagnano ogni azione offensiva dei Leoni, dei colori delle curve, senza ovviamente dimenticare il variegato e allegrissimo popolo biancorosso. Uno spettacolo nello spettacolo, senza ombra di dubbio. L'adrenalina scorre a fiumi non solo in campo, ma anche sulle tribune…si salta, si urla, si canta, ci s'incazza, si gioisce, si abbraccia gente sconosciuta e si diventa amici di tutti in pochi secondi. La sensazione è quella di far parte di una grande e benevola famiglia, di avere nei 40.000 presenti altrettanti fratelli e sorelle. Gli aneddoti che avrei da raccontare sulle due partite che ho visto alla Catedral sono innumerevoli: dal vicino di posto con cui ho parlato della classifica dell'Athletic in chissà quale lingua al tizio sopra di noi che ha tentato per un tempo intero di offrire una birra a Nello, dall'abbraccio collettivo dopo il 3-2 al Mandril di Del Horno alla spogliarello che ho improvvisato a fine match perché, sprovvisto di sciarpa, volevo comunque innalzare qualcosa di biancorosso e non mi restava che la maglia…e poi i cori per Julen, quelli nel prepartita sulla moglie di Zidane, la bellissima atmosfera di un derby con la Real vissuto in Preferencia Sur, e chissà quanti altri ne dimentico. Insomma, non ci sono parole per descrivere cosa significhi una partita al San Mamés. Se poi, una volta usciti, vi capita la fortuna di incrociare un vostro idolo e di farci pure un paio di foto insieme, prima che lui se ne torni a casa a piedi (!), beh, cosa volete di più dalla vita? Non perdete tempo, la Cattedrale vi aspetta! Cenni storici Il San Mamés, opera dell'architetto basco Manuel María Smith Ibarra, è il più antico stadio spagnolo. La prima pietra dell'impianto bilbaino venne posata il 20 gennaio del 1913 e nell'agosto di quello stesso anno, più precisamente il 21, fu disputata la prima gara all'interno della Catedral, avversario il Racing Irun. Seve Zuazo ebbe l'onore del calcio d'inizio, mentre il primo gol ufficiale al San Mamés venne realizzato da Rafael Moreno Aranzadi "Pichici", e chi oltre a lui avrebbe potuto farlo? Inizialmente capace di contenere 3.500 persone, lo stadio venne ampliato più volte (leggendaria la costruzione di un'intera tribuna coi soldi ricevuti dal Barcellona per la cessione di Jesus Garay, nel 1960) fino a raggiungere la capienza attuale di 40.000 posti a sedere, tutti al riparo delle intemperie grazie ai numerosi interventi di copertura eseguiti nel corso degli anni. Il famoso arco della tribuna centrale, uno dei simboli della città di Bilbao, venne costruito nel 1952. Risale al 1982, anno dei Mondiali in Spagna, l'ultima grande ristrutturazione del San Mamés, mentre nel 1997 è stata tolta la caratteristica recinzione che separava il campo dalle gradinate e su cui migliaia di volte i tifosi si sono arrampicati per festeggiare un gol o accendere una torcia a inizio partita. In quello stesso anno sono stati eliminati i 10.000 posti in piedi per ottenere l'omologazione secondo le normative FIFA. Il nome dello stadio viene dal vicino asilo di San Mamés, sul cui terreno sorge l'impianto. Tra l'altro, il soprannome di Leones attribuito ai giocatori biancorossi deriva proprio dallo stesso santo (San Mamante in italiano), che l'iconografia cristiana rappresenta come un fanciullo circondato da dei leoni: da qui l'associazione coi calciatori dell'Athletic che, in effetti, ronzano sempre intorno al santo! Aupa Athletic!!! 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